Parkinson: alla ricerca del percorso terapeutico ottimale

Si stima che in Italia siano circa 300-350.000 le persone affette da Parkinson, malattia a evoluzione lenta ma progressiva. L’età media di comparsa dei primi sintomi si aggira intorno ai 60 anni, ma nel 5% dei pazienti può esordire anche prima dei 50. Negli ultimi tempi le terapie per il trattamento di questa patologia hanno subito un’evoluzione, diventando non solo sempre meno invasive ma includendo anche un percorso riabilitativo a 360°. Proprio le novità in campo terapeutico saranno al centro del workshop, che si è svolto al Policlinico San Marco di Osio Sotto, Zingonia, dal titolo “Alla ricerca del percorso terapeutico ottimale nella malattia di Parkinson: dalla DBS alla moderna neuroriabilitazione”, organizzato dal professor Mauro Porta, specialista in Neurologia, responsabile del Centro Malattie Extrapiramidali e Sindrome di Tourette e del Centro Cefalee dell’IRCCS Galeazzi di Milano, e dal dottor Fabrizio Pisano, responsabile dell’unità di Riabilitazione Neurologica del Policlinico San Marco.

"L’obiettivo non deve essere soltanto “curare la malattia” ma soprattutto prendersi in carico la persona nel complesso, alla ricerca di un significativo miglioramento della sua qualità di vita" dice il professor Porta.

"Tutto ciò è stato reso possibile attraverso una stretta collaborazione tra IRCCS Galeazzi (leader in Italia per la DBS) e l’unità di riabilitazione neurologica del Policlinico San Marco. È soltanto facendo lavorare insieme “eccellenze” in campo medico che possono essere ottenuti importanti traguardi: il lavoro isolato troppo spesso comporta risultati infruttuosi che perdono di vista la centralità del paziente". 

Professor Porta che cos’è il Parkinson? 

Per malattia di Parkinsonsi intende una malattia degenerativa cronica e progressiva a carico del sistema del nervo centrale che si instaura quando oltre il 60% dei neuroni dopaminergici (ovvero i neuroni che hanno la funzione di produrre la dopamina, neurotrasmettitore che ha tra le sue funzioni il controllo del movimento) sono persi. La lesione non è a livello della corteccia (strato superficiale del cervello) ma nella profondità del cervello, più precisamente a carico del cosiddetto sistema extrapiramidale che è responsabile della “flessibilità dei movimenti”, del loro inizio e del mantenimento della postura.

Quali sono i sintomi principali?

I disturbi caratterizzanti la malattia di Parkinsonsono: tremore, rigidità degli arti, riduzione dei movimenti, rigidità posturale e blocchi motori durante la deambulazione. Tutto ciò accompagnato da depressione, dai capelli untuosi, dalla cute ricca in produzione sebacea, da problematiche urinarie e da vari altri disturbi definiti “primari” o “secondari”.

A che età compaiono i primi sintomi del Parkinson? 

In genere intorno ai 60 anni iniziano a comparire i primi sintomi (esordio monolaterale), ma esistono anche forme giovanili che hanno una componente genetica che rendono spesso non agevole la diagnosi.  

Esiste unacura per il Parkinson? 

La terapia efficace per antonomasia si basa sull’impiego di L-Dopa e farmaci similari che influenzano il metabolismo dopaminergico. Tuttavia è opportuno precisare che la malattia di Parkinson va distinta dal Parkinsonismo che invece non beneficia del trattamento con L-Dopa. I parkinsonismi “toccano” altre aree cerebrali e hanno un andamento più rapido della “classica” malattia di Parkinson, la quale in fase evolutiva va spesso verso il declino delle funzioni cognitive. 

Ci sono novità in campo terapeutico?

È apparso all’orizzonte qualche nuovo farmaco capace di trattare, soprattutto all’inizio della malattia, i disturbi che il paziente presenta. È da segnalare che oggi si sta facendo sempre più spazio una terapia mininvasiva per il trattamento del Parkinson(la Stimolazione Cerebrale Profonda) e l’ottimizzazione di un percorso neuroriabilitativo che finora non era messo in opera o veniva attuato in pazienti specifici.

In cosa consiste questanuova terapia mininvasiva per il Parkinson? 

La Stimolazione Cerebrale Profonda si basa sulla stimolazione di determinate aree cerebrali con sofisticati elettrodi simili, per certi versi, a quelli del pacemaker cardiaco. Gli elettrodi sono infatti resi funzionanti attraverso una piccola batteria intascata sotto cute, ricaricabile dall’esterno come i cellulari. La neurostimolazione profonda è ben più sofisticata di quella chimica (farmacologica) che comporta l’impiego di sostanze (L-Dopa o similari) in tempi fissi, senza poter mettere in opera meccanismi di “autoregolazione” che invece la DBS permette. Questo comporta una riduzione dei “danni” nel tempo (anni) dovuti ai farmaci e un presumibile allungamento dei tempi della malattia. Attraverso un percorso riabilitativo, il paziente, dopo la DBS, viene preso in carico da specialisti che affrontano le problematiche neurologiche, deambulatorie, psichiche (il ruolo dello psicologo risulta fondamentale), dell’eloquio.

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