Cervello e cibo: quanto l’uno può influenzare l’altro?

"È molto importante - spiega il prof. Mauro Porta, neurologo responsabile del Centro Malattie extrapiramidali e del Centro Tourette dell’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi - includere un esperto di nutrizione a supporto del neurologo nel trattamento di alcuni casi neuropsichiatrici. Al giorno d’oggi, il nostro centro può contare sulla quotidiana collaborazione tra neurologo e nutrizionista, il cui comune interesse si basa sulla specifica conoscenza alimentare e sull’attenzione verso malattie croniche o degenerative e metaboliche. Ma esiste davvero una relazione tra quello che mangiamo, il nostro intestino, e il nostro cervello? Ebbene, se prima l’intestino veniva considerato solamente come un tubo di scarico, ora è persino definito secondo cervello poiché risulta molto importante nel determinare alcune connessioni patologiche tra apparato digerente e sistema nervoso centrale. Questi due sistemi sono distinti, ma connessi attraverso il nervo vago che, a sua volta, è connesso al cervello. Ben più complesse sono le implicazioni nutrizionali, che possono direttamente o indirettamente dipendere dalla rete nervosa tra intestino e cervello".

"A questo proposito - continua il dott. Matteo Briguglio, ricercatore nutrizionista dell’Istituto Ortopedico Galeazzi - occorre sottolineare come alcune condizioni neurologiche, come il mal di testa vascolare, possano beneficiare dell’esclusione di alcuni alimenti. Altre malattie, come quella di Parkinson, necessitano invece solo di una ridistribuzione di alcune fonti alimentari, senza necessariamente escluderle. Altre condizioni, come alcuni casi di epilessia farmaco-resistente, dipendono fortemente da uno specifico trattamento nutrizionale. Negli ultimi anni, alterazioni del microbiota intestinale sono state connesse a diverse condizioni neuropsichiatriche e, poiché abbiamo visto che alcuni ceppi intestinali sono in grado di produrre neurotrasmettitori, che sono il principale mezzo di comunicazione delle reti nervose, non si può escludere una sua implicazione".

"Si richiede - conclude il prof. Porta - un approccio olistico e occorre che il neurologo per primo manifesti l’interesse e anche la curiosità a notare degli aspetti che prima di allora non erano considerati importanti per la neuropsichiatria. Occorre considerare il punto di vista dei nutrizionisti che siano a conoscenza delle potenzialità di questo approccio e che siano in grado di allontanare il paziente da false percezioni, come ad esempio credere che il cibo possa curare la patologia neuropsichiatrica".

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